Matteo Fedeli

Matteo Fedeli e il violino Pietro Guarneri 1709

La sua missione artistica? Diffondere in ogni luogo e portare al grande pubblico la voce degli strumenti dei celebri liutai cremonesi Amati, Stradivari e Guarneri.

Parliamo di Matteo Fedeli, classe ’72, e un curriculum di tutto rispetto: Ambasciatore della Cultura italiana negli Stati Uniti per il Ministero degli Esteri, Cavaliere dell’Ordine di Malta e un’attività, la sua, patrocinata dal Senato della Repubblica e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Lo contatto al rientro da Cremona, dove ha suonato nella Chiesa di Santa Maria Maddalena un raro violino – concesso da un atelier cremonese dell’importante liutaio Bergonzi che ha preso possesso di quella che era la bottega di Stradivari. Il Maestro Fedeli mi dedica una mezz’ora, giusto il tempo di una pausa prima di riprendere le prove per il concerto in programma a New York nell’ultimo fine settimana di ottobre 2018, dove si è esibito al Queens Museum con il suo quartetto d’archi e danzatori con lo spettacolo “Passione”, ideato a seguito del film di John Turturro su Napoli.

Matteo Fedeli Teatro Regio di Parma

Maestro Fedeli, come si descrive professionalmente e personalmente parlando?

Quando si parla di musica, per me significa sia professione che stile di vita. Sin da piccolo avevo tanti bei sogni, fra tutti quello di vivere con la musica. A 5 anni ho iniziato a studiare pianoforte e mi sono appassionato. Ho proseguito gli studi di piano al Conservatorio e ad essi ho aggiunto quelli di violino. Alla fine ho scelto lo strumento ad arco, perché era il più vicino al mio modo di esprimermi. Il sogno di vivere con la musica si è avverato, assieme all’opportunità di suonare violini storici, con 300 anni di vita. L’incontro con questi è avvenuto nei primi anni Duemila, quasi trentenne.

Cosa, nel mondo dei violini, è stato per lei così affascinante da avvicinarsi ad essi?
Sicuramente il fatto di poter tirare fuori dei suoni da strumenti così particolari. La forma del violino è qualcosa di straordinario. E la voce che ne esce è indescrivibile: con l’archetto si strofinano le corde ottenendo un suono modulare, dal più ampio al più penetrante. Il suo timbro è molto simile alla voce umana.

Il suo cognome potrebbe essere Amati, Stradivari, Guarneri, perché questi sono i nomi dei celebri liutai cremonesi di cui lei suona gli strumenti più preziosi. Come è arrivato a questi livelli?
Grazie a un concerto di beneficienza e a un collezionista sono arrivato a toccare per la prima volta un violino del liutaio Stradivari. Lì ho compreso che non c’è solamente della tecnica dietro alla realizzazione di uno strumento, ma c’è il carattere di colui che l’ha forgiato. Stradivari è riuscito a inserire nelle fibre del legno la sua mano, il suo temperamento. Da qui l’idea di diffondere a tutti la preziosità del suono di questi violini, realizzando concerti in ogni luogo: dai teatri alle chiese, dai castelli alle scuole, dagli ospedali alle case di riposo.

Perché lei può suonare questi strumenti?
È un mondo molto particolare quello del collezionismo, legato a mecenati e fondazioni. Molti strumenti entrano a far parte di collezioni e, a causa del valore molto alto, rischiano di rimanere fermi nelle bacheche di caveau, in teche. Così facendo, il pubblico non può godere del suono di questi strumenti. Il progetto Suoni d’Autore che ho ideato vuole portare il suono dei violini a tutti, indistintamente, e l’ho potuto fare anche grazie a iniziative a fondo benefico. Abbinare le cause di beneficienza alla carriera artistica e alla divulgazione di musica classica è stato per me qualcosa di meraviglioso.

Si sente una persona privilegiata?

Certo. Dietro a tutto questo c’è comunque un grande lavoro, molto impegno e sacrificio, ma anche un pizzico di fortuna.

Matteo Fedeli mostra a Papa Benedetto XVI uno Stradivari

I violini che lei suona sono strumenti “sotto scorta”, letteralmente. Come funziona questo mondo?
Questi violini sono dei vip. La vita di uno strumento è molto più lunga di quella di un uomo. È il violinista che entra a far parte della vita dello strumento, non il contrario. Certo, è l’artista a portare in scena il violino, ma è vero anche che il violino, una volta sul palco, ti ricorda che è lui la star e, in quanto tale e per i secoli di vita sulle spalle, ha bisogno delle sue cure: va in “beauty farm”, fa i suoi trattamenti e si rimette a punto nei cambi climatici. Il fatto, poi, di viaggiare con una persona addetta allo strumento (una vera e propria bodyguard, ndr) è essenziale per l’aspetto assicurativo legato allo strumento e per la (nota) distrazione del musicista (che dimentica spesso gli strumenti nei taxi, sui treni…).

Lei ne ha mai danneggiato uno per sbaglio?

Danneggiato, per fortuna, no, ma ho avuto delle esperienze positive con alcuni strumenti fermi da tanto tempo che sono stati sottoposti, davanti ai miei occhi, ad un restauro. Ho conosciuto, così, un mondo legato ai violini che in realtà non conoscevo. Ci sono restauratori specializzati che fanno un lavoro incredibile, prossimo a un intervento di chirurgia.

Quando suona questi violini come si sente?
Sono dei soggetti che hanno una forte personalità. Sono quasi delle creature. In effetti il liutaio usa un materiale vivo, il legno, e delle vernici a base di olio che rinvengono ogni volta che si preme il dito su di esse. C’è sempre una grande emozione quando li si tocca. E poi prendono vita in mano a un violinista: sono scatole magiche capaci di assorbire il modo di suonare delle persone.

Ambasciatore della Cultura Italiana all’estero. Che responsabilità si sente addosso?
È una sensazione bellissima, perché il Nuovo Mondo è sempre stato un miraggio, un mito, sin da quando ero ragazzino. Ho avuto l’opportunità di andare a suonare in America solo recentemente, sei anni fa. Ormai avevo già sviluppato tutte le mie iniziative ed essere stato chiamato oltreoceano per rappresentare il nostro Paese durante l’anno della cultura italiana negli Stati Uniti mi ha riempito di gioia. Ho iniziato con un tour concertistico che mi ha portato da Chicago a Houston, attraverso la costa atlantica, con più di 12 concerti: un’esperienza straordinaria. Il pubblico era ansioso di fruire della musica, di ascoltare il suono di questi violini incredibili che raccontano la cultura del nostro Paese. Essendo questo progetto gestito da consolati e società, con alcuni rappresentanti italiani abbiamo voluto creare una continuità artistica, ripetendo l’esperienza, tanto è vero che i viaggi negli Stati Uniti sono minimo tre ogni anno. Credo di essere arrivato a 80 concerti in America. L’idea che sto sviluppando ora è quella di portare giovani talenti dall’Italia e far vivere l’emozione che ho provato io.

Matteo Fedeli in America


Completi:

– il più bel contesto in cui si è esibito: Duomo di Milano. In quell’occasione sono riuscito a radunare 5000 persone, lì confluite per ascoltare un concerto di musica classica. Un bel record per questo genere e per i violini;

- il concerto che ricorda con più emozione: individuarne uno è difficile, ma nelle scuole ho sempre trovato sguardi stupiti, gioiosi e frizzanti;
– la prima volta che ha preso in mano uno Stradivari: nel 2004, in occasione di un concerto alla Società del Giardino per l’Ordine di Malta, di cui sono cavaliere.

Matteo Fedeli nel Duomo di Milano

Un sogno nel cassetto?

Mi piacerebbe portare uno di questi violini in tour in Africa.

Se non fosse diventato quello che è, quale strada avrebbe intrapreso?
Avrei fatto comunque del mio lavoro una passione: sarei diventato pittore come mio padre, oppure un cuoco magari lavorando a fianco dell’amico Carlo Cracco. Avrei comunque fatto qualcosa di appassionante.

Matteo Fedeli nei social:
https://www.facebook.com/matteofedeliviolin/

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