Hikimi

Hikimi

Tradurre in immagini storie e messaggi, a volte complessi e delicati.

È quanto fa Hikimi, all’anagrafe Roberto Blefari.

Roberto nasce a Ivrea, ma vive a Torino dove, grazie a una borsa di studio, studia grafica all’Istituto Europeo di Design. Lavora come Art Director in un’agenzia di comunicazione e ora è illustratore freelance.

Non ho mai smesso di ascoltare il mio bambino interiore e, forse per questo motivo, disegno con la convinzione che ogni linea possa piegarsi in un sorriso (ma anche in un buffa smorfia)

Persona curiosa e attenta, a Roberto piace raccontrare storie con le immagini – segni colorati con cui rendere chiaro e semplice un messaggio complesso. Collabora con piccole e grandi aziende, editori italiani e stranieri, ONG e associazioni no-profit.

Lo seguo da tempo sui social, amo le sue linee tonde, le sue “bright illustrations and colourful stories” (illustrazioni luminose e storie colorate, ndr). Così mi decido a contattarlo.

Hikimi. Nome curioso. Come è nato e cosa significa?
Hikimi è un nome nato per caso una sera tra amici. Non ha un significato preciso. Stavo cercando un nome per firmare le mie prime illustrazioni e ho adorato da subito la leggerezza di queste tre sillabe. Il legame con il Giappone è evidente, ma per me va oltre. È una parola giocosa, quasi delicata, e penso rappresenti al meglio il senso del mio lavoro.

Quanto Roberto c’è in Hikimi e quanto Hikimi c’è in Roberto?
È la prima volta che mi fermo davvero a pensarci. I tratti in comune tra queste mie due anime emergono sicuramente nel contrasto tra la leggerezza di forme e colori e uno sguardo più profondo e malinconico. Ci sono occhi che guardano attenti, c’è ascolto senza gudizio, ci sono sorrisi spontanei e ingenui. C’è il rispetto per le storie. C’è complessità nella semplicità. In qualche modo Roberto è diventato Hikimi e Hikimi è tornato ad essere Roberto.

Possiamo dire che la tua mission è “creare illustrazioni luminose per raccontare storie che facciano stare bene le persone”. Insomma, diffondere ottimismo e gioia.
Due domande a tal proposito:
1. come ti carichi di positività da divulgare?

Cerco di non concentrarmi troppo sui pensieri negativi, miei o di altri, preferendo una soluzione alla lamentela. Poi leggo, ascolto tanta musica, cerco storie, disegno per me, spesso con piccoli collage che mi mettono il sorriso istantaneamente.

A casa mi sono circondato di piante, e da un anno e mezzo ho iniziato a praticare yoga e a cucinare con più costanza. Tutte cose che alimentano il benessere e quindi la positività.

2. Pensi di riuscire nel tuo intento?
Ho capito che le mie illustrazioni trasmettevano queste sensazioni quando le persone hanno iniziato a dirmelo. Non ci avevo pensato prima e mi ha riempito di gioia sapere che il mio lavoro potesse trasmettere serenità, la stessa che cercavo dentro di me. Per questo motivo ho iniziato a descrivere le mie illustrazioni anche con le parole degli altri.

Quindi come descriveresti le tue illustrazioni?
Mi piace pensare che le mie illustrazioni siano leggere: sia nell’uso del colore che per le forme.

Per cosa si caratterizzano?
Di solito sono caratterizzate dal dialogo tra i personaggi, che sia interiore o espressione di un contatto o di una relazione. C’è poi anche una connesione profonda con altri elementi in scena e un contrasto tra le dimensioni reali o percepite di tutti i soggetti. La dimensione sospesa, con sfondi appena accennati, aiuta a suggerire di guardare oltre quello che si vede. Aiuta a cercare il “non detto”. I sorrisi, a volte quasi infantili, nascondono più livelli di lettura.

Come è nata la passione per l’illustrazione, e come l’hai trasformata in professione?
La passione per l’illustrazione nasce prestissimo, da bambino. Non sapevo definirla così, ma ho sempre avuto una forte attrazione per le immagini grafiche. Ciò nonostante non ho seguito studi artistici, anche se non ho mai smesso di disegnare e imparare da autodidatta. La consapevolezza reale è arrivata grazie allo IED, che ho frequentato a Torino e, dopo anni di gavetta come grafico in un’agenzia di comunicazione, ho capito che sarebbe stata la mia strada.

I tuoi primi strumenti da illustratore? E quelli di adesso?
Ho iniziato da subito ad utilizzare maggiormente gli strumenti digitali: Adobe illustrator e tavoletta grafica tra tutti, senza però lasciare mai da parte il mio sketchbook. Negli anni ho aggiunto e sperimentato tecniche tradizionali e collage, cercando di ampliare le potenzialità espressive del mio lavoro. Ultimamente sono passato all’iPad pro, con cui posso disegnare in digitale a mano libera più velocemente e in modo più naturale, seguendo il mio tratto.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?
Le principali fonti di ispirazione per il mio lavoro arrivano dalla vita di tutti i giorni. Mi piace osservare le persone, immaginare o intercettare storie, espressioni, contrasti. Cerco di osservare i piccoli dettagli, le palette colori che si nascondono ovunque, i gesti, le forme.

Essere illustratori oggi. Cosa significa?
Essere illustratori oggi significa confrontarsi con un mercato ricco di possibilità espressive e potenziali applicazioni, nel quale non conta solo lo stile, ma quello che si racconta e il modo in cui lo si racconta. A volte è molto difficile, ma è una sfida stimolante.

In quanta percentuale lavori su commissione (con tematiche prefissate da altri) e in quanta altra percentuale ti viene lasciata la libertà di proporre il tema?
Direi 50 e 50.
Ci sono alcuni progetti, come quelli editoriali per magazine e riviste, in cui viene richiesto un punto di vista, la cosidetta sensibilità personale, mentre in quasi tutti quelli per la comunicazione c’è una richiesta specifica e dei paletti prefissati.
In questi anni ho quasi sempre avuto la fortuna però di porer proporre punti di vista o dettagli che non erano stati presi in considerazione.

Quale è il progetto più accattivante su cui hai lavorato? E il più difficile?
Il progetto pià accattivante, e al tempo stesso il più diffcilie, è stato sicuramente quello realizzato nel 2015 per Sex Og Samfunn. Mi è stato chiesto di disegnare una cinquantina di illustrazioni per questo ente che si occupa di educazione e salute sessuale in Norvegia, che sarebbero state utilizzate per la comunicazione e all’interno di libri e guide tematiche. La sfida per me è stata quella di confrontarmi con un tema delicato, cercando il giusto bilanciamento di stile e linguaggio tra illustrazioni più concettuali, legate alla sfera emotiva, e quelle più descrittive (e a volte proprio mediche) legate al corpo e alla scoperta del sesso. Alla fine penso di essere riuscito nel mio intento e mi sono divertito molto.
Ancora oggi è uno dei miei progetti preferiti.

E ora completa:
– 3 parole per descrivere il tuo lavoro:
positivo, leggero e poetico;


– la commissione più bizzarra: sfortunatamente non ho mai ricevuto una richiesta veramente bizzarra, ma a stupirmi è sempre il modo in cui, molto spesso, mi viene chiesto di realizzare un’illustrazione in uno stile che non c’entra nulla con il mio lavoro;
prossimo progetto? Sto lavorando ad un nuovo libro con un editore inglese, e in programma una serie di illustrazioni per un progetto personale;
– la forma che ti riesce meglio? Nuvole, di tutti i tipi!


– La forma e/o il dettaglio… più difficile? Difficilissimi per me sono alcuni animali, tipo i cavalli!

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