WE Factory

Veronica Fossa

Workplace Eating Designer e Founder WE Factory. Si legge questo nell’account Instagram di Veronica Fossa, 31enne originaria di Zanè, ma cittadina del mondo… soprattutto nordico.

Una laurea triennale in Economia e Gestione delle Arti e delle attività culturali a Venezia, due Erasmus a Helsinki, ragazza alla pari a Berlino, l’inizio di studi in Economics of Entertainment in Svezia, poi il proseguimento a Helsinki, una laurea in doppia tesi seguita da Finlandia e Svezia, l’approccio con culture diverse, cibi diversi, una spiccata capacità di organizzazione e di adattamento, la forte convinzione che il binomio cibo e lavoro esiste, e va coltivato, l’avvio di WE Factory, una società di consulenza sulla cultura alimentare che offre contenuti online per privati, una serie di eventi ed esperienze progettate per promuovere culture aziendali coinvolgenti e sane. Non potevo che intervistarla di fronte un caffè e una brioche con impasto alla canapa e confettura ai frutti di bosco.

Veronica, nel tuo sito ti definisci una “workplace eating designer”. Come spieghi questa professione?
Tutti noi mangiamo al lavoro e diversi studi dicono che trascorriamo un terzo della nostra vita lavorando… che non è poco. La mia professione si occupa, allora, del cibo declinato nell’ambiente lavorativo, ossia come, dove, cosa mangiamo nel contesto professionale: dalla pausa pranzo alla pausa caffè / tè, dalla cena all’aperitivo aziendale…

Come ti è venuta in mente quest’idea?
Nei sei anni di studio trascorsi all’estero mi sono relazionata con studenti da tutte le parti del mondo (Iran, Bangladesh, Messico, Russia, Ucraina, USA, Azerbaijan…). In quel periodo ho iniziato a organizzare delle cene, perché volevo conoscere altre culture, e conoscerle soprattutto attraverso il cibo. Nei nostri appartamenti di studenti abbiamo organizzato cene a tema (cena russa, indiana, italiana…): pasti multiculturali in contesti diversi, e io, in questo, ho iniziato ad essere un punto di riferimento. Mi piaceva organizzare questi eventi che facevo per puro divertimento.
Il primo giorno ad Helsinki durante il secondo Erasmus, nel 2011, la coinquilina finlandese, Milla, mi ha fatto conoscere l’iniziativa del Restaurant Day, un evento culinario che permette a chiunque di aprire un ristorante, un caffè o un bar… solo per un giorno. Nato a Helsinki come protesta in modo pacifico a una scena gastronomica anonima, si è diffuso, poi, a livello mondiale. Mi ricordo di aver pensato “Caspita! Questa cosa potrei farla anche io. Chiedo una cifra simbolica e faccio venire le persone a mangiare da me”. Ho, così, iniziato a collaborare con varie amiche per organizzare i nostri ristoranti temporanei (anche il primo in Italia, a Thiene, con mia mamma nel 2012). Un po’ alla volta ho iniziato a farmi conoscere nella scena gastronomica finlandese, collaborando con alcune persone che avevano dato vita e contribuito a questo movimento che ha portato il Comune a istituire un assessorato alla strategia gastronomica. Nel frattempo, ero diventata l’organizzatrice di Likemind Helsinki, delle colazioni creative una volta al mese: attraverso un gruppo su facebook, ci si dava appuntamento per fare colazione e parlare di temi specifici, soprattutto sul fronte lavorativo e creativo.

workplace eating designer

Insomma, il cibo c’era.
Sì, è una mia amica americana mi ha aperto gli occhi dicendomi: “Perché non monetizzi questa attività?”. A quel punto ho fatto domanda per un programma dell’Unione Europea per Giovani Imprenditori, “Erasmus for Young Entrepreneurs”, e mi sono trasferita a Copenaghen, dove ho iniziato a collaborare con un’azienda che organizzava cene per sconosciuti in posti a sorpresa, come bunker e chiese sconsacrate. Non un’esperienza entusiasmante per via della cultura lavorativa, ma sicuramente formativa. Sono tornata a Helsinki per la terza volta più consapevole di poter creare occasioni conviviali attorno a una tavola. Lì ho avviato WE Factory. Era il 2014 e avevo 26 anni.

WE Factory

Come è andata?
Non ho avuto tanto riscontro. La difficoltà principali erano quelle di essere una straniera e non avere un business partner finlandese. Ma subito, un po’ per caso, mi hanno invitata a Kaliningrad, in Russia, a parlare del cibo come elemento per migliorare la vita urbana (vista la mia esperienza finlandese), poi sono stata ad Iceland Airwaves, un festival di musica in Islanda, con New Nordic Food, l’ente nordico di promozione gastronomica, dove ho collaborato con un gruppo di designer per creare esperienze gastronomiche in una radio live. Lì ho capito che a Helsinki non volevo più starci. Nel frattempo dalla Russia ho ricevuto un nuovo invito e mi ci sono buttata a capofitto: sono stata a Mosca per un paio di mesi, verso la fine del 2014. Infine, per via del crollo del rublo e della relativa instabilità lavorativa, ho deciso di tornare in Italia. Seppur non entusiasta, mi sono detta: “Io, il mio progetto, lo voglio far funzionare!”.

food revolution

E come lo hai fatto funzionare?
Ho deciso di concentrarmi sull’aspetto cibo e mondo del lavoro, consapevole che le pause pranzo non sono particolarmente considerate e valorizzate (si pensi solo che il 62% dei lavoratori americani mangiano davanti lo schermo e i dati non sono molto più confortanti in Europa), lo dimostrava – del resto – la mia esperienza lavorativa e quella della maggior parte dei miei amici e conoscenti. Ho fatto molta ricerca e interviste, che sto tuttora portando avanti, per capire che linguaggio utilizzare per spiegare il mio lavoro, ma anche per portare esempi di aziende dove si mangia bene. Il cibo, per me, deve diventare collante per raccontare i valori aziendali e per mettere insieme le persone.

Quindi, concretamente, cosa offri?
Mi chiamano come public speaker a conferenze di design (per parlare di food design), innovazione, il futuro del lavoro e i nuovi business, e a tenere lezioni in corsi universitari sia in Italia che all’estero. Organizzo e facilito workshop sul cibo e cultura d’impresa. Vorrei parlare di più a responsabili risorse umane, community manager e ad aziende, in generale, per portare un nuovo modo di pensare il lavoro. Ho sviluppato, poi, vari servizi di consulenza per aziende. Quello base prevede un’analisi della cultura alimentare in azienda: osservo/analizzo il cibo, la qualità, i prodotti (in mensa, nei distributori), gli spazi lavorativi e che tipo di cultura c’è nelle aziende. Oltre alla cultura alimentare in azienda, aiuto gli organizzatori di conferenze ed eventi lavorativi a creare esperienze gastronomiche memorabili che creino comunità.

Veronica Fossa speaker

Progetti in essere / progetti futuri?
Sto lanciando dei corsi online a partire dai miei workshop e dalle mie presentazioni e destinati a tutti, perché cibo e lavoro è un’accoppiata che riguarda chiunque, sia che siano dipendenti che membri del consiglio d’amministrazione. Sto scrivendo un libro per raccontare tutti quei casi internazionali di aziende dove cibo e lavoro è un binomio possibile, dalla mensa alla colazione condivisa, alle arnie sui tetti dell’ufficio.

Quali attributi personali usi per eccellere nel tuo lavoro?
L’intuizione, riesco a dialogare e capire molte lingue (spesso ero l’unica straniera nei team di lavoro all’estero), ho una grande capacità di adattamento, sono molto idealista, nel mio progetto ci credo fortemente e proseguo imperterrita su questa strada.

TEDx Veronica Fossa

Cosa cerchi di far capire alle persone?
Cerco di trasmettere un messaggio di ospitalità, di far intendere il cibo come elemento per nutrire le persone e per creare rapporti di crescita e di cura reciproca. Per rendere produttive le persone è necessario fornire un ambiente adatto al lavoro (luminoso, silenzioso e areato) e anche il cibo fa la sua parte.

Qual è il tuo motto per una “food revolution” nel luogo di lavoro?
Il mio slogan è:

“Quando mangi con il sorriso, lavori con piacere!”

A questo punto ti chiedo la tua pausa pranzo ideale:
all’aperto, in mezzo alla campagna o in un parco, in riva al mare. Il cibo che vorrei in questo momento è mediorentale, tipo tajine, piatto tradizionale della cucina marocchina e nordafricana oppure le meze della cucina levantina da condividere. Un piatto da condividere con persone non troppo caotiche e attente ai bisogni dell’altri, in una pausa pranzo in cui ci sia spazio anche per la contemplazione.
Il 90% delle persone che ho intervistato in sondaggio di WE Factory fatto nel 2018 mi ha risposto che la pausa pranzo ideale è all’aperto.

Completa:
la pausa pranzo che immagini in un ufficio di comunicazione, tra creativi: un pranzo a tema, portando i progetti lavorativi nel cibo, in un confronto diverso e alternativo, mettendo sullo stesso piano le mansioni di tutti (designer, grafico, copy…);
– la pausa pranzo che immagini in una banca: tirerei fuori gli impiegati dalla mente matematica. Me li vedrei sedersi su un prato, liberarsi da cravatta, scarpe e calze, e fare un picnic;
– la pausa pranzo che immagini in una falegnameria, tra artigiani: me li immagino sedersi attorno a un tavolo che hanno fatto loro, con cibo portato da casa, non necessariamente cucinato lì, in loco.

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