Paola Goppion

PaolaGoppion

Tutto ha inizio nel 1859, anno di nascita di Luigi, orfano e non riconosciuto, a cui viene messo il cognome Goppion. Apre un bar-trattoria con rivendita di alimentari dove inizia a tostare i chicchi di caffè nella palla di ferro sul fuoco del camino.

Luigi viene affiancato, nel tempo, dal figlio Pietro e dai nipoti Angelo, Giuseppe, Luigi, Giovanni, Olivo e Ottorino. Poco prima della fine del Colonialismo, Angelo e Giovanni si spostano ad Addis Abeba in Etiopia, dove cresce uno dei caffè più buoni al mondo. E da qui nasce la passione per un prodotto che profuma di buono.
Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Angelo e Giovanni rientrano a Treviso e nel 1948 acquistano la piccola Torrefazione Trevigiana Caffè, marchio al quale viene aggiunto il nome ‘Fratelli Goppion’. Negli stessi anni, Ottorino e Olivo partono per il Venezuela e a Caracas fondano la torrefazione “Cafè San Antonio – Hermanos Goppion”. Vent’anni dopo è l’insegna “Fratelli Goppion Industria del Caffè” che riassume la storia e la vocazione profetizzata in queste tre generazioni.
Il nuovo stabilimento sulla Strada del Terraglio viene inaugurato nel maggio del 1968. Oggi in azienda ci sono quattro figure della famiglia che portano avanti il progetto: Sergio Goppion, Direzione Generale e acquisto caffè; Paola Goppion, Responsabile Marketing e comunicazione; Silvia Goppion, Responsabile Risorse Umane; Mario Goppion, alla direzione della società immobiliare del gruppo. Ed è proprio dalla voce di Paola che ascoltiamo la storia di una famiglia che si vuole bene e lavora unita per un prodotto di qualità.

Anzitutto… Chi è Paola?
Nata nel 1960, sono moglie felice, madre di due figli e donna appassionata del mio impiego. Mi sono diplomata al liceo artistico, ho studiato restauro, ho lavorato in un laboratorio e ne ho aperto uno tutto mio in cui facevo restauro pittorico su tele e strutture lignee. Ma in un momento di crisi, in cui non sapevo quale sarebbe stato il mio domani, ho iniziato ad occuparmi, su richiesta di mio cugino Sergio, delle promozioni di caffè in un supermercato. La cosa mi piaceva, così ho iniziato a farle dall’interno, combinando appuntamenti, agenti e supermercati. Sono stata la prima donna che entrava, 35 anni fa, in un’azienda portata avanti, fino ad allora, solo da uomini. Oggi lavoro condividendo le scelte con i miei cugini. Siamo la quinta generazione di famiglia, e la terza di torrefattori. Negli anni ho vissuto i cambiamenti dell’azienda e le nuove spinte date dalle persone che qui sono passate. Oggi sono uno degli amministratori delegati, oltre che responsabile marketing, e mi trovo al tavolo delle decisioni. Amo raccontare le storie dei prodotti attraverso il packaging, le scelte grafiche, le illustrazioni.

Insomma, dietro Goppion c’è una famiglia che si vuole bene. Dove si respira questo benessere?
In tutte le scelte. Abbiamo la fortuna di andare d’accordo tra cugini, perché ci vogliamo bene. Questa azienda ha bisogno di tanto rispetto e noi lo sappiamo. Gli accordi li troviamo sempre, c’è intesa. Siamo persone con sensibilità differenti, certo, ma riteniamo la diversità arricchente, un pregio. Questo è un luogo in cui vogliamo che la gente (abbiamo uno staff di 35 persone) si senta bene e abbiamo, per questo, riattivato il servizio mensa, abbiamo accorciato le pause pranzo per permettere alle persone di uscire prima e dedicarsi alla famiglia e alle mansioni private. Se l’azienda sta bene, tutto il resto funziona.

Famiglia_Goppion

Goppion “fa rima” con etico. Il vostro caffè è il primo certificato fairtrade in Italia. Dietro una tazza, per voi, non c’è solo una piantagione da coltivare, ma ci sono persone da valorizzare.
Noi siamo arrivati al caffè solidale grazie alle cooperative del terzo mondo, oggi conosciute come Altromercato. 32 anni fa tre uomini illuminati avevano deciso di portare in Italia un commercio diverso che doveva, anzitutto, garantire un miglioramento di vita nei Paesi meno fortunati. Cercavano produttori di caffè che potessero trasformare il prodotto che importavano e dare vita a un controllo sulla retribuzione dei produttori dei Paesi d’esportazione. Noi abbiamo dato loro fiducia e ci siamo certificati nella lavorazione del caffè biologico e fairtrade. Dopo 10 anni ci siamo “costruiti” il nostro prodotto: a metà degli anni ’90 abbiamo dato vita a Nativo. Per la prima volta veniva tolto il marchio Goppion dall’etichetta per far sì che il prodotto potesse essere di respiro più nazionale e per lasciare spazio alle informazioni importanti, quali biologico, organic, il nome del prodotto stesso, 100% arabica.

chicchi caffè

Da gennaio 2019 è attiva, nella vostra sede, anche una scuola di formazione non solo per baristi, ma anche per amanti del caffè. Di fondo si evince che volete “educare al caffè”…
Sono 40 anni che riceviamo le scuole, perché vogliamo che i ragazzi possano vedere un ciclo produttivo, capire cosa succede dentro l’industria. Molte anche le collaborazioni con le Università, tra tesi di laurea e stage. E poi è arrivato il consumatore. Ci piace venga a vedere come “funzioniamo”. Noi per primi andiamo a far visita ai produttori delle macchine e degli imballaggi che utilizziamo. A noi interessa vedere il processo produttivo per capire, così, cosa possiamo chiedere e no a un fornitore. Da lì l’idea: perché non aprirsi a un consumatore che oggi è sempre più curioso, vuole vedere, vuole conoscere, vuole toccare con mano? A lui raccontiamo tutta la storia del caffè, a partire dal Paese d’origine da cui ci riforniamo, fino ad arrivare agli assaggi del caffè arabica e robusto per fargli imparare a percepire le differenze e le qualità. A partire dal consumatore vogliamo arrivare a far lavorare sempre meglio i bar, affinché sappiano scegliere il caffè giusto e buono.

tazze caffè

Come si riconosce un caffè fatto a regola d’arte?
Il primo gusto percepito deve essere possibilmente di dolcezza anche se il caffè è una bevanda amarotica, seguito dagli aromi di cacao, di cioccolato, di vaniglia, talvolta di spezie. Si possono sentire anche frutta, liquirizia, sapore del pane.
Ho ricordo da quando ero bambina che i nostri torrefattori dicevano “ricordati che quando il caffè è pronto deve sapere da panetto”.
All’occhio il caffè deve avere una tessitura regolare, fissa, senza bolle, deve avere striature di colore leggermente diverso tra loro, ma la crema deve essere compatta e intensa.
Il profumo deve essere piacevole. Nulla deve dare fastidio al naso.
Se dopo una tazzina si desidera berne un’altra, significa che il caffè era buono.



Qual è la prima associazione che le viene in mente, se dico:

- moka: casa;
– chicco di caffè: la mia storia;
– colazione: moka;

- pausa caffè: gruppo di lavoro.

Il tipo di caffè che predilige per:

- la colazione, la mattina, appena sveglia: Dolce, è la nostra miscela storica;
– la pausa durante una riunione di lavoro: Espresso di piantagione;
– il fine pranzo, la domenica con i parenti: moka con Dolce.

tostatura chicchi

Non ha paura che questo mondo / questa bevanda la possano stancare a lungo andare?
No, anzi, è un mondo sempre più interessante. Oggi c’è una curiosità giovanile che ha ringiovanito anche il nostro ambito.

Come si fa un buon caffè con la moka?
Acqua fino alla valvola, aggiungere abbonante polvere di caffè fino a ricoprire in modo regolare il filtro, ma non pressarla, chiudere tutto, e mettere su fuoco a fiamma bassa. Mia mamma ci faceva attendere tantissimo per un caffè. Si era fatta abbassare la fiamma appositamente e usava un fornello solo per preparare questa bevanda. Quando il caffè borbotta, bisogna spegnere subito la fiamma. Va mescolato con un cucchiaino, poi si versa nelle tazze. Il caffè va sempre mescolato, anche quando non si mette lo zucchero, perché ha diversi momenti di estrazione.

Progetti in essere?
Progetti dell’azienda: l’apertura di una filiale diretta a Vienna, famosa per le sue Caffetterie.
Usciremo con la 13esima Edizione Limitata.
Siamo produttori di caffè biologico da oltre trent’anni e affiancati ai valori di Fairtrade da altrettanto tempo. È Nativo il nome della nostra linea di caffè con queste caratteristiche.
Per quanto riguarda progetti più ampi, insieme ad altri 30 operatori italiani del nostro mondo, ormai da 5 anni, abbiamo dato vita a un Consorzio che sta lavorando per ottenere da Unesco il riconoscimento di bene immateriale dell’umanità per l’Espresso Tradizionale Italiano. Siamo nella fase di candidatura.
Il caffè è un valore culturale italiano che va difeso nel mondo e credo che, se tutti gli 800 torrefattori italiani si unissero, potremmo dimostrare come anche la nostra Italia sa difendere i beni legati alla sua storia. Certo, il caffè arriva da altri Paesi, ma ci appartengono molte invenzioni legate alla miscela, alla tostatura, all’invenzione delle macchine per l’espresso (e non dimentichiamo la moka!).
Un altro progetto, nato oltre 20 anni fa, con altri 8 torrefattori italiani, è CSC. Questo è l’acronimo di Caffè Speciali Certificati, progetto di ricerca esteso ormai ad almeno 30 coltivatori in diversi luoghi del mondo dai quali provengono, per l’appunto, caffè così eccellenti da essere certificati. Questa è la dimostrazione di quanto possono ottenere i lavori di gruppo tra imprenditori dello stesso prodotto. Di questi caffè conosciamo esattamente i produttori con i quali abbiamo costruito negli anni, rapporti solidi che sono diventati anche amicizia e stima. Un mondo di sapori e di storie che rendono il mondo del caffè così attraente e così vario.

Nativo

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