Tra virgolette

Mettere tra virgolette un’espressione significa darle particolare risalto.
È quanto farà questo spin-off di Capolettera: darà evidenza a nuove brevi storie su Instagram, regalando un appuntamento settimanale in più oltre a quello già fisso del lunedì.

Andremo alla scoperta di nuove persone che ci racconteranno passioni, filosofie di vita, avventure in formato… “instagrammabile”.

Daniel Tutuianu

Daniel Tutuianu ha 27 anni, viene dalla Romania e oggi è un pittore. Quando, in giovane età, gli venne diagnosticata l'epilessia, i suoi genitori lo abbandonarono. Finì per trascorrere l'adolescenza passando da una casa famiglia all'altra. A fargli forza la sorella, capace di restargli vicino nonostante la distanza fisica, e la passione per l'arte. “Quello che so l'ho imparato da autodidatta. Dipingo spesso con le dita: è un qualcosa che ho scoperto quando non potevo permettermi i materiali per dipingere. Uso colori ad olio su superfici in ceramica, come le piastrelle, e i miei soggetti preferiti sono i paesaggi e i ritratti. La pittura mi trasmette un grande senso di calma. Dipingere con le dita mi fa sentire libero e mi permette di dare sfogo alla mia creatività”.

“Ho viaggiato in vari paesi europei (Ungheria, Belgio, Spagna) e, alla fine, sono arrivato in Italia, dove ho sentito che le cose potevano cambiare. All'inizio è stato difficile trovare un lavoro e per mantenermi facevo l'artista di strada dipingendo dal vivo. Nel frattempo ho iniziato a frequentare associazioni come quella di promozione sociale Yepp, a Torino, con cui ho seguito corsi di teatro e di parkour, scoprendo così altre due mie grandi passioni. Ma soprattutto ho stretto molte amicizie. Piano piano le cose hanno iniziato a migliorare: l’arrivo di Anna nella mia vita, una ragazza che amo molto e che mi ama molto, un posto tutto mio dove stare, un lavoro fisso al McDonalds”.

“Il mio sogno è quello di riprendere gli studi e di avere, un giorno, un atelier artistico tutto mio in cui esporre le mie opere e insegnare ai più piccoli la digitopittura, una tecnica che, secondo me, è molto adatta ai bambini, perché permette loro di esprimere a pieno la loro fantasia e la loro immaginazione. Ho già tenuto qualche corso e spero di tenerne ancora. Nel frattempo continuo a dipingere, collaborando con iniziative come Art Factory, per la quale ho dipinto un piccolo murales in Piazza Borgo Dora, a Torino, e con cui ho esposto alcune delle mie opere in occasione del Balôn. Inoltre, ho illustrato il libro "Frammenti" di Susanna Hawkwood. Realizzo dipinti su commissione e, qualche volta, torno ancora in via Garibaldi per portare un po' della mia arte tra le persone”.

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Sofia Mejia

Sofia Mejia, designer colombiana, 20 anni.
A 18 anni decide di trasferirsi in Italia, a Torino, da sola, per dedicarsi alla sua passione: l’arte. Studia Design e comunicazione visiva al Politecnico.
Designer, ma anche artista e viaggiatrice, è Vice Presidente per le Pubbliche Relazioni dell'associazione BEST Torino, realtà che offre esperienze, opportunità e viaggi studio agli studenti di tutta Europa.

"Cosa mi ha spinto a venire in Italia? Tutta la vita ho studiato in una scuola italiana e sono sempre stata circondata dalla lingua, dalla cultura e dalla gente del bel paese, in più, essendo interessata all’arte e al design, l’Italia sembrava il luogo perfetto per me.
Avevo 18 anni quando mi sono trovata davanti alla scelta di cosa/dove andare.
Sono salita su quell’aereo piena di paura, ma una paura bella, la paura di fare un salto importante, di rischiare, di sbagliare, ma sicura di iniziare una grande avventura. Sono arrivata con gli occhi che brillavano, un po’ di lacrime malinconiche, un po’ per l’emozione di intraprendere un nuovo cammino e di immaginare le cose che avrei incontrato.
Avevo fame, fame di scoprire, di crescere, di conoscere nuove persone, nuove culture e nuovi paesi e indovina un po’, ho ancora fame".

“Per il trentesimo compleanno della mia scuola ho creato un murales in onore a Leonardo Da Vinci che ho dipinto con alcuni compagni. È stato uno dei miei progetti più belli, non tanto per il risultato, ma per quello che significava, per le persone che hanno lavorato accanto a me, per quello che è nato da lì, per le persone che mi ha fatto conoscere e perché è stato un passo fondamentale per il mio viaggio in Italia. La mia ispirazione è tutto quello che mi circonda, soprattutto le persone. Quando dò significato alle cose che faccio e quando riesco a esprimere sia l’opinione degli altri che la mia senza usare le parole, il risultato viene decisamente meglio”.

“Viaggiare mi ha fatto scoprire un lato di me che non conoscevo, ho cambiato il mio modo di vedere il mondo e, nonostante questo, anche se mi separano migliaia di chilometri dalla Colombia, la troverò sempre dentro di me. Colombia per me è multiculturalità, paesaggi che tolgono il fiato, colori vivaci, sapori tropicali e gente che, nonostante le difficoltà, ha sempre gli occhi pieni di speranza e un sorriso in faccia. La Colombia è una grande fonte di ispirazione perché in un paese come quello possono succedere cose ridicolmente magiche, è un paese di contraddizioni e contrasti, un paese felice dove in ogni angolo c’è una storia da raccontare”.

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Boonyakorn Jaroenpol

Boonyakorn Jaroenpol è un artista tailandese di 25 anni. Ha studiato arte all’università di PogChang, nella capitale Bangkok, dove vive.
Artista anche di professione, si occupa di design di interni, crea affreschi e abbellisce le pareti. Dopo lavoro cerca di migliorare la sua città portando la sua arte (con permessi) in pareti e caseggiati lasciati in rovina.

"L’opera più importante che ho realizzato è un murales per l’evento internazionale Meeting of Style Thailand, a Bangkok, che mi ha permesso di raggiungere una discreta notorietà nel mio paese. Da artista, mi sono scelto un simbolo che cerco di riportare in tutte le mie opere, il camaleonte, e questo evento è stato il suo battesimo".

"Il camaleonte è il simbolo che cerco di riprendere in tutte le mie opere. È un animale che si mimetizza per aumentare le sue speranze di sopravvivenza. Mi rispecchia: con il mio lavoro mi trovo sempre in mezzo a tantissime persone e, come il camaleonte, cerco di mimetizzarmi con esse, in modo da entrare in maggiore sintonia".

"L’opera più pazza che ho realizzato è un murales fatto con bombolette spray su un vecchio edificio di due piani. Quest’opera è una delle più complesse. Per farla sono stato aiutato da quattro amici. La cosa che più l’ha resa difficile era il palazzo molto vecchio. Bisognava stare attenti ad ogni cosa, perché tutto, con una leggera pressione, rischiava di frantumarsi. Io, che mi sono occupato più del secondo piano, ho rischiato più volte di cadere!".

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Nicola Veluscek

Nicola Veluscek, vicentino, classe 1994, ha fatto dello sport uno stile di vita. Appassionato sin da piccolo, sta facendo di questo “amore” una carriera, grazie anche agli studi universitari in scienze motorie.
Pratica sport estremi, come parkour e football americano, da cui ha ottenuto grandi soddisfazioni con gli Hurricanes Vicenza, con la nazionale italiana Blue Team e con la squadra europea Europe Warriors. Si diletta con lo snowboard nei mesi invernali, e con la BMX e l’arrampicata nei mesi più caldi.
Da tre anni insegna parkour e dal 2017 segue la giovanile di football americano di Vicenza.

"Come mi sono avvicinato allo sport? Beh… grazie alla mia famiglia. Mia mamma, in primis, ma anche mio papà e mia sorella hanno sempre fatto sport. Credo, comunque, sia una passione innata, dovuta al fatto che mia mamma fin da giovane ha coltivato un amore per lo sport che poi mi ha trasmesso".

"Mi manca meno di un anno per terminare la magistrale in scienze motorie. Il mio obiettivo è quello di diventare insegnante di scienze motorie nelle scuole (proprio come mia mamma) e magari continuare a insegnare sia parkour che football. Da un po' di tempo mi sta balenando l'idea di approcciarmi al mondo dei personal trainer, ma intanto conviene pensare al presente e finire l'Università".

“La partita più bella di football americano l'ho giocata quando ero in giovanile, nell’U19 tackle degli hurricanes Vicenza. Quel giorno giocavamo contro Castelfranco ed eravamo sotto di 3 segnature alla fine del secondo quarto. Poi la rimonta. Siamo riusciti ad arrivare pari agli ultimi secondi dalla fine con una giocata incredibile, e poi abbiamo segnato a 3 secondi dalla fine, di nuovo, vincendo la partita.
L'esperienza più significativa è quando sono stato convocato per giocare con la rappresentativa europea di football, gli Europe Warriors, contro la squadra universitaria di città del Messico, gli Unam Pumas. Mi sono allenato con giocatori di alto livello, ma la cosa più assurda è stata giocare la partita davanti a 20 mila persone. Un'esperienza unica!”.

“È veramente difficile decidere quale sport sia il mio preferito tra i tanti che pratico. Se avessi più tempo vorrei provarne sempre di nuovi. Il parkour e il football mi danno veramente delle grandi soddisfazioni. Però le sensazioni che ti danno lo snowboard e l'arrampicata - sport che ti permettono di immergerti completamente nella natura - sono veramente impagabili e indescrivibili.
In conclusione posso dire che non esiste sport a cui io possa rinunciare perché, alla fine, lo sport è la mia vita”.

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Caroline Grand

Caroline Grand nasce a Zurigo nel 1998 da padre svizzero e madre serba.
Da piccola sogna di girare e scoprire il mondo.
All’età di 15 anni si iscrive alla scuola di infermieristica dove impara il mestiere e lo esercita per tre anni in apprendistato.
Non soddisfatta della professione sanitaria, decide di dare una svolta alla sua vita e parte per l’America dove, con la scusa di imparare l’inglese, coglie l’opportunità di scoprire il nuovo continente.
Da qui alla scelta di buttarsi totalmente nei viaggi il passo è breve. Carolina diventa hostess e a marzo 2018 entra a far parte della flotta di Swiss airlines, compagnia dove tuttora lavora.

“C’è un fenomeno che succede agli assistenti di volo: alcuni di noi riescono a reagire meglio al fuso orario in America, altri in Asia. Per la mia esperienza posso dire che in Asia mi sento meno stanca, è molto interessante questa cosa! In America dormo male, però più viaggi faccio in America, meglio riesco ad abituarmi al cambio dell’ora.
La peggior cosa che puoi fare quando c’è il jet lag è quella di andare a dormire perché nel tuo paese è tardi. È molto importante cercare di adattarsi al fuso orario in cui ci si trova. Può essere difficile, ma per il corpo è meglio”.

“Cosa faccio quando atterro in una città?! Explore explore explore! Anche se non è la prima volta in quel posto, c'è sempre così tanto da vedere!
Noi dell’equipaggio rimaniamo in loco solo un paio di giorni a ogni sosta, quindi sfrutto ogni minuto per creare nuovi ricordi e vivere nuove emozioni. Faccio cose semplici: solo andare in un bar a leggere un libro è un’esperienza unica, perché senti suoni e profumi a cui non sei abituato.
Amo vedere nuovi posti con la mia crew, è molto divertente e mi dà l’opportunità di conoscere meglio i miei colleghi”.

“Il mio è uno dei lavori meno “abitudinari” di tutti! Si vedono sempre nuovi posti, ad ogni volo si lavora con persone diverse e la parte migliore è che si conoscono nuove culture. Ogni giorno è un giorno nuovo. Sembra un’avventura.
Però, come in ogni lavoro e in ogni cosa, ci sono anche i contro. Non riesco a vedere gli amici e la famiglia come prima. Lavoro quando gli altri non lavorano, mi perdo alcuni compleanni ed eventi, ma i miei amici e la mia famiglia mi supportano molto e capiscono che sono felice grazie al mio lavoro!”.

“Un aneddoto divertente che mi è accaduto in volo? Stavo lavorando in business class. C’erano un sacco di passeggeri per un volo molto corto. Era la seconda volta per me in business, quindi i miei colleghi hanno pensato fosse una buona idea lasciarmi lavorare lì da sola. Appena dopo il decollo, come sempre, ho iniziato il primo giro di servizio: distribuivo gli snack e chiedevo ai passeggeri se desideravano qualcosa da bere. Qualcuno ha ordinato champagne, ma… Avevo completamente dimenticato di aprire la bottiglia a terra! Con la pressione si fa un disastro se la si apre in volo! Quindi, tornata alla mia postazione, ho cercato di aprire la bottiglia lentamente. Non è servito a nulla! C’è stato un forte botto, il tappo è volato vicinissimo alla mia faccia e ovviamente tutto lo champagne è schizzato fuori sporcandomi viso e divisa.
Poiché il volo era corto, non ho avuto il tempo di pulirmi la faccia o di cambiarmi la camicetta, quindi ho fatto finta di niente e ho servito lo champagne. Non dimenticherò mai come mi guardava la gente: alcuni hanno capito cosa fosse successo, altri mi guardavano molto confusi, come se fossi la più grande idiota”.

“È veramente difficile scegliere qual è la città che mi è piaciuta di più, ad oggi! Mi piacciono tantissimi posti, perché sono tutti differenti. Non sono ancora stata ovunque, ma per ora potrei dire Shangai e Tel Aviv, perché lì ho vissuto veramente delle bellissime esperienze”.

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Alle sue spalle la collaborazione con alcune compagnie di danza classica nei vari Stati europei, un anno come apprendista a Stoccarda, una presenza come guest artists per il Lago dei Cigni a Zurigo e a Dortmund, un anno in Spagna tra le compagnie di Victor Ullate e del balletto di Catalogna e ora base fissa a Milano, dove continua ad allenarsi.
Elena Marchesi

Elena Marchesi, classe 1995, inizia a ballare all’età di 4 anni. Da lì non ha più smesso.
Due lezioni al giorno, ogni giorno, anche ai tempi del liceo, portando avanti, parallelamente, danza e studio.
A 16 anni lascia scuola, famiglia, amici e Italia per trasferirsi ad Amburgo, dove studia danza e si diploma. Al contempo si diploma, da privatista, al liceo classico, con lezioni seguite su Skype di sera.
Alle sue spalle la collaborazione con alcune compagnie di danza classica nei vari Stati europei, un anno come apprendista a Stoccarda, una presenza come guest artists per il Lago dei Cigni a Zurigo e a Dortmund, un anno in Spagna tra le compagnie di Victor Ullate e del balletto di Catalogna e ora base fissa a Milano, dove continua ad allenarsi.

Alle sue spalle la collaborazione con alcune compagnie di danza classica nei vari Stati europei, un anno come apprendista a Stoccarda, una presenza come guest artists per il Lago dei Cigni a Zurigo e a Dortmund, un anno in Spagna tra le compagnie di Victor Ullate e del balletto di Catalogna e ora base fissa a Milano, dove continua ad allenarsi.

“Partire a 16 anni, lasciando famiglia e amici, per inseguire la mia più grande passione, il ballo, non è stato a suo tempo un grosso sacrificio, anzi l’ho considerato un passo necessario per quella carriera che ho voluto intraprendere. Avevo un obiettivo ben preciso e un progetto più grande a cui prendere parte.
Vivere da sola a 16 anni mi ha reso molto più indipendente, mi ha insegnato ad arrangiarmi e ad affrontare le difficoltà di tutti i giorni con una mente più pragmatica.
Ad Amburgo, quando ero in Accademia, ho instaurato belle amicizie, grazie alla passione condivisa della danza.
Vivere a stretto contatto e allenarmi insieme ai miei compagni ogni giorno, affrontando vittorie e sconfitte, mi ha legato a loro emotivamente, tanto da poterli considerare una famiglia. Incontrare persone da tutto il mondo ha arricchito il mio bagaglio culturale e mi ha aperto la mente. Ho appreso usi e costumi di molti altri Paesi, ho imparato a coesistere con realtà molto diverse dalla mia e ad adattarmi”.

“Ricordo con grande emozione e soddisfazione quando la scuola dell’Hamburg Ballet mi scelse, assieme ad altri miei cinque compagni, per andare a rappresentare l’istituto al Teatro Bolshoi, a Mosca. È indelebile nella mia mente il momento in cui una mia amica mi fermò nel corridoio e mi disse di andare in direzione. Mi fiondai in ufficio e lessi la lista del cast tutta d’un fiato. Lì c’era il mio nome. Saltai di gioia, il cuore batteva a mille. Dopo tante fatiche e sacrifici, tutto aveva trovato un senso.
La mia direttrice lavorò intensamente con noi per 6 settimane, 8 ore al giorno. Dopo tanto lavoro e sforzi, partimmo per questa incredibile avventura. Arrivammo a Mosca. Insieme a noi si esibivano sul palco del Bolshoi altri allievi di alcune prestigiose Accademie. Ricordo con un po’ di paura, mista a euforia, gli attimi prima che si alzasse il sipario. Silenzio. Buio. E poi la musica. Un’energia dall’interno mi caricò di adrenalina. L’adrenalina raggiunse ogni cellula del mio corpo e si fuse in un danza unica. Le evoluzioni tecniche passarono in secondo piano. Lì, su quel palco, veniva fuori la mia anima, la vera me, in un dialogo costante tra pubblico, musica e danza. Gli applausi delle persone e l’ebrezza delle luci calde dei riflettori sulla pelle mi regalarono emozioni uniche”.

“La competizione nella danza esiste ed è molta. Le rivalità sono all’ordine del giorno. I posti di lavoro nelle compagnie di ballo e nelle Accademie sono limitati. Aspiranti ballerini da ogni parte del mondo tentano di entrare in un numero sempre più ristretto di teatri e i criteri con i quali sono giudicati sono sempre più severi. Oltre a grande determinazione, bisogna essere fisicamente e psicologicamente predisposti per quest’arte. Una mia insegnante mi disse “Da piccola sei tu che scegli la danza, poi è la danza che sceglie te”. Oggi comprendo appieno questa frase. L’ambizione spinge a migliorarsi sempre, a soddisfare gli standard ogni giorno più alti richiesti dal mercato; non c’è un vero punto d’arrivo, è costante ricerca. Sebbene la lotta sia con se stessi, ci si deve costantemente misurare con gli altri. Nonostante tutto, però, all’interno delle compagnie si creano grandi amicizie. Fuori dal teatro le rivalità affievoliscono e ci si incontra in serenità, condividendo altre passioni e interessi”.

“Per inseguire il mio sogno ho dovuto imparare a mettere al primo posto la danza, selezionare le mie priorità. È stata un’impresa capire a cosa dare la precedenza. La mia vita sociale al tempo della scuola era molto limitata, facevo avanti e indietro tra scuola e sala di ballo. Non avevo molto tempo per divertirmi coi miei coetanei, e le amicizie si limitavano alla cerchia dei ballerini. Il tempo libero a mia disposizione era molto ristretto: in estate o nel weekend, per esempio, mentre i miei amici erano in vacanza, io ero a sudare in sala”.

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