Simona Cozzupoli

Simona Cozzupoli

Persona fantasiosa e creativa, con un bisogno di esprimere la propria attitudine all’invenzione. “Inventare significa, etimologicamente, “trovare” (dal latino “invenio”, che vuol dire “trovo”): in un certo senso tutto il mio lavoro artistico si fonda su questa identità di significati”. Si presenta così Simona Cozzupoli, artista milanese conosciuta per le sue scatole di legno, simili a quadri, all’interno delle quali crea micromondi.

“Amo cercare connessioni – visive, simboliche, di senso – tra le immagini e gli oggetti che mi circondano, e quando le “trovo”, ecco che “ho inventato” qualcosa – commenta – . Questa ricerca continua e spontanea mi permette di tenere sempre vive la fantasia e l’immaginazione, facoltà dell’essere umano che ritengo fondamentali. L’idea di creare arte a partire dal riconoscimento di qualcosa di preesistente non è solo una prerogativa dell’arte moderna (grazie al ready made di Duchamp), ma la base costitutiva dell’attività artistica stessa. Già Leonardo da Vinci, infatti, raccomandava agli artisti una sorta di test proiettivo per sviluppare le proprie capacità di riconoscimento di immagini nelle macchie casuali di umidità sui muri, nelle rocce o nelle forme delle nuvole, considerando questa capacità un vero e proprio metodo di produzione artistica. Il termine “pareidolia” sta a indicare tale tendenza a trovare ordine e forme note nel disordine informe”.

Il giardino dei Re
Il giardino dei Re

Simona, quindi, tu cosa fai quotidianamente?
Quello che faccio è osservare la casualità di oggetti, persone e situazioni che mi circondano come se fossero nuvole nelle quali riconoscere delle forme, che inevitabilmente si rivelano proiezioni della mia interiorità. Ecco come la pareidolia può generare l’arte. A questo fenomeno psicologico ho tra l’altro dedicato una bacheca, intitolata “Nuvola a forma di Africa”.
Chi sono personalmente coincide con chi sono professionalmente, perché nel mio lavoro artistico esprimo completamente me stessa. Le mie opere sono la registrazione materiale delle mie associazioni di idee e delle mie interpretazioni pareidoliche della realtà.

Nuvola a forma di Africa
Nuvola a forma di Africa

Da qualche anno realizzi “bacheche”, scatole di legno chiuse anteriormente da un vetro, per lo più di piccole dimensioni, all’interno delle quali crei “micromondi” onirici. Da dove ha origine questa idea?
Probabilmente dal gioco infantile di raccogliere piccoli oggetti poetici dentro a scatolette che, come scrigni di sogni, diventavano reliquiari da contemplare. A questo ricordo originario si sono poi sovrapposte le scatole dell’artista americano novecentesco Joseph Cornell. Ne ho viste alcune per la prima volta alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia una decina di anni fa e ne sono rimasta molto colpita. Successivamente, durante una vacanza a Bruges, ho soggiornato nella casa di una coppia di artisti, una sorta di casa-museo simile a una Wunderkammer, ricolma di bambole, giocattoli, manichini, cigni imbalsamati e bacheche riempite di piccoli oggetti. Anche la pittura metafisica di Giorgio De Chirico, infine, ha in qualche modo contribuito a quest’idea, perché nei suoi quadri gli oggetti sono collocati all’interno di una “scatola spaziale” che assomiglia a una “stanza” dai soffitti bassi. Non a caso le mie prime “scatole” sono state delle “stanze” dei giochi e delle meraviglie, abitate da bamboline circondate dai loro origami in miniatura (barchette, uccellini, aerei, ventagli).

Mi piace l’idea di creare, all’interno dello spazio ridotto di una scatola, un discorso visivo che condensi un concetto.

Simona Cozzupoli

Per farti solo un esempio, con le bacheche intitolate “Templum”, nelle quali un cerchio di cielo azzurro con nuvole bianche è attraversato da uccellini origami in miniatura, voglio condensare e visualizzare il concetto di “corrispondenza olografica”, strettamente legato a quello di “sincronicità”.

Templum_particolare
Templum, particolare

Gli Etruschi erano convinti che osservando un singolo aspetto della realtà in un dato momento – il volo degli uccelli in una porzione circolare di cielo (chiamata appunto “templum”) – si potesse comprendere la realtà intera, a condizione di saper leggere le corrispondenze tra una parte e il tutto. Questo insieme di corrispondenze tra micro e macro, tra particolare e generale, tra parte e tutto è l’olograficità. Con queste opere rifletto sulla struttura olografica dell’universo e sulle modalità percettive dei popoli antichi, sulla loro spontanea attitudine alla divinazione, pratica che rifiuta il principio moderno di causa-effetto, fondandosi su quella che Jung ha chiamato “sincronicità”. È interessante notare che una simile attitudine intuitiva e non razionale è tipica anche dei bambini piccoli. Del resto, ad una scala più ampia, gli antichi rappresentano l’infanzia dell’umanità.

Dicevamo, micromondi onirici. A cosa ti ispiri? Cosa riproduci?
L’atmosfera all’interno dei miei micromondi, come dici tu, è onirica. La trama dei sogni è spesso un’accozzaglia apparentemente sconnessa di fatti, oggetti e persone. Questo aspetto tipico del sogno è particolarmente evidente nei miei “rebus oggettuali”, dove bisogna tradurre gli oggetti in parole. Nei rebus avviene questo: mentre le parole che formano la soluzione sono tra loro collegate allo scopo di creare una frase o un’espressione di senso compiuto, gli oggetti accostati sul piano visivo risultano tra loro totalmente scollegati. Qualcosa di simile avviene nei quadri metafisici di De Chirico, che non a caso sono stati paragonati proprio ai rebus per la loro indecifrabilità. Mi ispiro alle sue atmosfere oniriche ed enigmatiche, dove oggetti lontanissimi tra loro convivono misteriosamente entro uno stesso spazio, dando vita a “mise en scène” di grande impatto visivo: la testa dell’Apollo del Belvedere, un guanto, una sfera ed ecco una bizzarra poesia visiva. Di fronte a questi accostamenti non possiamo che sospendere la razionalità e cercare oltre la logica, come avviene al cospetto di un “koan”, cioè un’affermazione paradossale che il maestro zen utilizza come stratagemma per aiutare l’allievo a liberarsi dal condizionamento mentale che lo spinge a chiedersi continuamente il “perché” di ogni cosa.
Nei miei micromondi onirici riproduco concetti o, in altre parole, materializzo delle idee attraverso un linguaggio iconico. In questo modo voglio rendere le mie creazioni dei “sostegni alla contemplazione”, come lo storico dell’arte indiano Ananda Coomaraswamy definisce le opere d’arte.

Al lavoro

Quali caratteri della tua personalità hai affinato attraverso questo lavoro?
Sicuramente pazienza e precisione, dal momento che spesso mi ritrovo a lavorare con oggetti molto piccoli, come nel caso degli origami in miniatura che realizzo partendo da un quadratino di carta di due centimetri per due. Poi costanza e determinazione, perché talvolta questi miei lavori richiedono periodi lunghi di realizzazione. Aggiungerei anche una certa dose di sicurezza. Adesso, infatti, quando intraprendo lavori che mi si prefigurano lunghi e complessi, sono fiduciosa di riuscire a risolvere i vari problemi tecnici che di volta in volta mi si presenteranno e di portare a termine l’opera in maniera soddisfacente, mentre all’inizio ero più timorosa e preoccupata di incontrare difficoltà insormontabili a metà strada. Infine, ho affinato le capacità di ideazione/progettazione (riesco a visualizzare sempre più facilmente e rapidamente le idee che voglio realizzare) e di espressione della mia visione del mondo, che emerge in maniera sempre più libera e spontanea.

Al lavoro (interrotta dal mio gatto)

Dove recuperi i materiali?
Prevalentemente nei mercatini dell’usato. Qui trovo di tutto, in ordine sparso, spesso anche quello che non sapevo di cercare! Oggetti di legno per le “Nature morte contemplative”, vecchi libri di farfalle e di pesci da ritagliare, bamboline souvenir, cornici vintage con vetro curvo e, soprattutto, scatole di legno con coperchio scorrevole, che poi faccio sostituire al vetraio con un vetro su misura. Quelle di piccole dimensioni di solito contengono giochi per bambini, come domino, shangai, dadi, puzzle a forma di cubi di legno (tutti oggetti che, tra l’altro, riesco a riutilizzare), mentre più raramente possono essere scatole di sigari o portauncinetti. Quelle più grandi, invece, generalmente contenevano bottiglie di vino o salmone.
La varietà di oggetti che si possono trovare radunati in questi luoghi stimola molto la mia creatività, spingendomi a inventare-trovare connessioni, in totale libertà, tra tutto quello che vedo: un intenso esercizio di immaginazione e un’immersione nel mondo affascinante della combinatorietà.

Dal vetraio

E poi mostre e allestimenti in cocktail bar di Milano, tra cui BackDoor43, il bar più piccolo del mondo. Quindi una sorta di matrioska: le tue piccole creazioni dentro piccole location.
Amo le matrioska, ne ho anche una molto grande, alta 50 cm. Sono affascinata dal concetto che visualizzano, analogamente alle scatole cinesi: si chiama “mise en abyme”, espressione francese che significa letteralmente “messa in abisso”, fenomeno che si verifica, ad esempio, quando aprendo una matrioska se ne trova dentro un’altra simile ma più piccola, dentro alla quale ce n’è un’altra ancora più piccola e così via, apparentemente all’infinito. Leggendo un libro del matematico Benoît Mandelbrot ho scoperto che la natura funziona esattamente così, come una matrioska: i frattali, cioè le figure geometriche che descrivono le forme naturali – come gli alberi, le nuvole, le montagne – hanno la caratteristica dell’autosomiglianza a diverse scale dimensionali, fatto che risulta evidente osservando, ad esempio, un broccolo o un cavolfiore, dove l’intero è del tutto simile a una sua parte.
Quando, nella primavera del 2017, ho avuto la possibilità di esporre i miei micromondi nel bar più piccolo del mondo, ho subito riconosciuto l’occasione che mi si offriva di creare un effetto di “mise en abyme”. La vetrina, in particolar modo, si prestava a questo gioco di specchi, dal momento che le bacheche sono, anche loro, piccole vetrinette. Per accentuare ulteriormente l’effetto, ho collocato in posizione centrale “Alice nella camera delle meraviglie”, una mini Wunderkammer contenente, a sua volta, altre minuscole bacheche di farfalle appese alle pareti.
Tra le varie location in cui ho esposto finora ritengo che questa sia stata la più adatta a contestualizzare, anche concettualmente, i miei micromondi.

Farfalle, particolare

Quali altre location alternative hanno ospitato le tue opere? E quali i riscontri ricevuti?
Dopo l’allestimento del BackDoor43, sono stata invitata dal proprietario Flavio Angiolillo a esporre anche nell’adiacente Mag Cafè.
Qualche mese più tardi ho ricevuto l’invito a fare una mostra, intitolata “La Meraviglia”, al Bond, un cocktail bar sul Naviglio Grande poco distante dai primi due: il proprietario, Rudy Corpetti, aveva visto le mie opere nella vetrina del bar più piccolo del mondo e ne era rimato piacevolmente colpito.
C’è stato dunque un periodo in cui era possibile imbattersi nelle mie opere in tre locali situati a poca distanza tra loro, tutti sul Naviglio Grande, una zona di grande affluenza e cuore della movida milanese. I riscontri sono stati molto positivi: ho ricevuto vari complimenti sia telefonicamente che tramite i social, Facebook e Instagram, sui quali da due anni pubblico costantemente le fotografie delle mie opere, delle mostre e tutti gli aggiornamenti relativi alla mia attività artistica. La vetrina del BackDoor43 e la parete del Mag Cafè con le mie opere sono state molto fotografate su Instagram. Inoltre diversi siti, non solo italiani, hanno menzionato le mie opere esposte. Tra questi ci sono “Flawless Milano”, “Il Milanese imbruttito”, “2night”, “Atlas Obscura”, “Questa mia Milano” di Shane Eaton, “Fraintesa” e “ItalianBark”. Il settimanale del Corriere della Sera “Sette” mi ha dedicato un’intervista all’interno della rubrica “Van Gogh – Autoritratto di un lettore insolito”, a cura di Andrea Federica De Cesco, intitolata “Espongo bambole nel bar più piccolo del mondo”.
In seguito ho esposto in altri noti cocktail bar milanesi: lo storico locale Le Biciclette, con “Le piccole stanze delle meraviglie”, i caffè letterari Colibrì e Walden con “Micromondi” e “Diorami”, e Bistrò96, un raffinato locale che sorge a pian terreno di Casa Laugier, un bellissimo palazzo liberty del 1906 in Corso Magenta. I riscontri più positivi li ho ottenuti proprio in quest’ultima location, ispirata alla Belle Époque francese, con la mostra di quest’inverno intitolata “Mirabilia”.

Origami in miniatura

Il posto più bizzarro che ha ospitato le mie bacheche è senza dubbio “Antichi Vizi”, in zona Brera. Il nome si riferisce al fatto che in origine il negozio vendeva pipe e boccali di birra, ed è rimasto tale anche quando, nel 2009, Francesca Casati ha rilevato l’attività del padre per creare una sorta di piccolo museo di stranezze, una vera e propria Wunderkammer, con una vetrina sulla strada, in Via dell’Orso, che stupisce sempre i passanti. In questo “gabinetto delle meraviglie”, in mezzo a tassidermie di epoca vittoriana, animali in formalina, collezioni di farfalle e modelli anatomici, sono stati esposti prima un mio “Templum”, che ha riscosso molto successo tra i frequentatori del negozio, poi una “Natura morta contemplativa”.

Templum
Templum

Un altro luogo, a Milano, rivelatosi particolarmente adatto a ospitare le mie opere è stato East Market Shop, aperto recentemente in zona Porta Venezia in seguito al successo ottenuto da East Market, un grande mercato vintage famoso per i suoi numerosi oggetti curiosi.
Infine, per arrivare ad oggi, in occasione del Fuorisalone sono stata contattata dal designer Domenico Orefice, che aveva visto le mie bacheche al Mag Cafè e al BackDoor43, per esporre le mie opere nel suo allestimento di tessuti “Mirabilis pattern”, realizzato nel negozio di tessuti e complementi d’arredo Lo Studio, in zona 5 Vie. Alcune delle fantasie da lui ideate presentano le tematiche tipiche della Wunderkammer declinate in chiave contemporanea e si sono felicemente incontrate con le atmosfere bizzarre dei miei diorami contenenti pesci, farfalle, pappagalli e figure delle carte da gioco. Le bacheche sono state esposte sia nelle vetrine sulla strada, in Via San Maurilio, sia all’interno del negozio.

Rebus oggettuale n.9 (Pappagallo)
Rebus oggettuale, Pappagallo

Allestimento / mostra in corso o programmato/a a breve?
Attualmente si possono vedere le mie bacheche presso “Lo Studio”, dove l’esposizione prosegue oltre la Design Week, e presso “Antichi Vizi”.

Realizzi anche opere su commissione? Se sì, qual è la richiesta più strana pervenuta ad oggi?
Sì, ne ho appena terminata una, molto particolare: si tratta di una sorta di “condensazione onirica”. Mi è stato chiesto di dare materia a un sogno (in realtà, per la precisione, si trattava di uno stato di sogno vigile raggiunto con l’ipnosi regressiva) composto da tre scene distinte. Ne è derivato un trittico tridimensionale con una scena di battaglia a sinistra, cinque tarocchi al centro e l’incontro di una coppia in riva al mare a destra. Avendo a che vedere con lo stato onirico, quest’opera mi ha permesso di attingere liberamente al mondo a me caro dei simboli e degli archetipi. Realizzandola, mi sono accorta che molti degli elementi che avevo già creato per le mie bacheche si prestavano perfettamente ad essere utilizzati anche qui: le nuvole fatte con l’imbottitura bianca per cuscini, i cieli con gli uccellini origami in miniatura, i cavalieri delle carte da gioco per la battaglia, le onde con il cartoncino arrotolato a spirale per il mare, il sole ritagliato dai denari delle carte, la torre degli scacchi per l’arcano XVI. Pur avendo dovuto seguire delle indicazioni ben precise, mi sono sentita libera di interpretarle secondo il mio linguaggio personale. Ti faccio un esempio: quando ho dovuto pensare a tradurre tridimensionalmente l’arcano XIII dei tarocchi, la Morte, ho subito pensato che questa poteva essere intesa come una trasformazione e che l’immagine più emblematica di questo concetto esistente in natura è il ciclo vitale della farfalla. Così ho rappresentato la Morte come il passaggio dalla vita terrena del bruco, animale di terra, a quella aerea della farfalla, animale d’aria, attraverso la fase intermedia della crisalide. Anche in questo caso ho scelto un soggetto da me utilizzato sin dalle mie prime bacheche, che sono state collezioni illusionistiche di farfalle, e l’ho declinato secondo le necessità richieste dall’opera su commissione. Un altro aspetto particolare di questo lavoro è stato il fatto che ho dovuto realizzare due versioni della stessa bacheca! È stata un’esperienza bellissima e ricca di coincidenze significative: quando ho ricevuto la doppia commissione, “casualmente” avevo già due scatole uguali che “casualmente” misuravano 51 cm, un numero divisibile per tre, come le scene del sogno. Sin dalle prime indicazioni ricevute, non ho avuto nessuna difficoltà nel visualizzare i vari ambienti. Questa facilità è dovuta al fatto che i sogni si esprimono con il linguaggio simbolico e archetipico che adotto spontaneamente nei miei lavori. Tra l’altro avevo già realizzato una “Condensazione onirica” di un mio sogno, quindi la richiesta non mi è apparsa particolarmente strana, ma come un’altra sincronicità.

Amori di corte
Amori di corte

È monetizzabile il tuo lavoro? C’è mercato e competizione o sei unica nel tuo genere?
I miei lavori sono in vendita, tranne quelli a cui sono particolarmente legata, che scelgo di tenere nella mia personale collezione domestica. Chi fosse interessato può contattarmi, via cellulare, mail, Facebook o Instagram (i contatti si trovano sul mio sito), per ricevere il catalogo delle opere disponibili con i prezzi.
Per quanto riguarda la competizione, io non la sento. Su internet vedo altri artisti che affrontano come me i temi della Wunderkammer e dell’onirico, ma è chiaro che ognuno ha il proprio stile e offre sempre una versione diversa e irripetibile di una stessa tematica. Credo che ogni artista sia unico nel proprio genere, così come lo è, prima di tutto, ogni essere umano.

Natura morta contemplativa con locomotiva e giocattolo misterioso
Natura morta contemplativa con locomotiva e giocattolo misterioso

Completa:
– La scatola che ancora non hai realizzato:
un altro “D’après Magritte”, dove possa esprimere la mia personale traduzione tridimensionale di un dipinto del pittore surrealista. La mia prima libera versione di un dipinto di Magritte è stata la bacheca con la pipa, una vera pipa sospesa su uno sfondo azzurro con “ciuffi” di imbottitura per cuscini a simulare le nuvole bianche, accompagnata dalla scritta “Ceci n’est pas un ciel nuageux” (Questo non è un cielo nuvoloso).

D'après Magritte
D’après Magritte

– Mentre realizzi una bacheca ascolti: la colonna sonora che più spesso mi accompagna mentre lavoro ai miei diorami è creata dal mio ragazzo, musicista e cantautore, che mi canta le sue canzoni alla chitarra e al pianoforte.
– Mentre realizzi una bacheca pensi a: sono curiosa di scoprire come sarà quando l’avrò terminata e allo stesso tempo vivo intensamente ogni momento della concretizzazione materiale dell’idea astratta originaria. Mi piace vivere e contemplare il processo di creazione, che porta dall’astratto di un’idea al concreto di un “oggetto simbolico”, che a sua volta rinvia ad una dimensione astratta e metafisica…
– La scatola a cui ti stai dedicando ora: un chiasmo visivo, di ambientazione epico-cavalleresca, ispirato all’incipit dell’ “Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto.

Cavalli al fiume_particolare
Cavalli al fiume, particolare

Infine, quali altri lavori realizzi, oltre le bacheche?
Disegni, collage e assemblaggi. Nascono tutti da una pulsione combinatoria, i primi due sul piano bidimensionale e gli altri su quello tridimensionale.
I disegni a matita sono delle “rappresentazioni grafiche di collage”: presentano uno stile realistico nell’esecuzione delle singole parti, ma un’atmosfera onirica e irreale presi nel loro insieme grazie agli accostamenti imprevisti propri del collage. In “Alice nel Bosco delle Meraviglie”, ad esempio, la bocca spalancata dell’orco di pietra del Sacro Bosco di Bomarzo inquadra il viso infantile di Alice, mentre una scritta incisa sulla porta-bocca recita il paradosso “Chiudi gli occhi e vedrai chiaramente” (la frase è ispirata al lungometraggio di Jan Svankmajer “Qualcosa da Alice”), che è anche il messaggio rivolto a chi incontra il mio lavoro.
Nei collage mi diverto a inventare qualcosa che non c’è ancora partendo da qualcosa che c’è già. In “Amori di corte”, opera che ha riscosso molto successo durante la mostra da Bistrò96, ho creato delle carte da gioco in cui Re, fanti e Regine si baciano, convivendo in una stessa carta con il loro doppio rovesciato.
Gli assemblaggi nascono dall’accostamento di più oggetti che ritengo in qualche modo “interessanti”. Le possibilità combinatorie sono infinite: la scelta delle associazioni mi proietta in una dimensione ludica che mi avvicina alla forma mentale propria dell’infanzia e delle civiltà antiche dedite alla divinazione.
Un assemblaggio si intitola “Homo-humus” e consiste in un bambolotto, con la chioma di un albero al posto della testa, che ha i piedi piantati nella terra di un vaso, dove è conficcato anche un segnapiante che precisa il legame etimologico esistente tra la parola “uomo” (in latino “homo”) e la parola “terra” (in latino “humus”). Questa corrispondenza non è casuale, dal momento che anche il linguaggio anatomico utilizza termini propri del mondo naturale, soprattutto vegetale, per indicare parti del corpo umano, come appunto “chioma”, a indicare la capigliatura.

Homo-humus
Homo-humus

In “Linguaggio visivo”, per farti un ultimo esempio, un vecchio libro è attraversato e tenuto chiuso da uno spioncino panoramico per porta: conduce (come una porta) ad altre dimensioni e invita, letteralmente, ad andare oltre il linguaggio verbale.
Come ti dicevo a proposito delle bacheche, anche in questi lavori (disegni, collage e assemblaggi), mi piace l’idea di creare un’immagine o un oggetto servendomi di immagini e oggetti preesistenti, combinati in accostamenti imprevisti, che generano un nuovo significato ricco di molteplici interpretazioni.

Simona Cozzupoli nei social:
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