Mohamed Ba

Mohamed Ba

“Mi muovo con la consapevolezza che il tronco d’albero in acqua ci sta secoli e non per questo diventa un coccodrillo”.

Senegalese di nascita, italiano di crescita, Mohamed Ba nella sua valigia e sulle sue spalle porta valori, culture e tradizioni che non necessariamente somigliano a quelli italiani, ma che hanno tutte le carte in regola per fare da ponte tra il Sud del mondo e l’Occidente. 
Mohamed ha maturato numerose esperienze, belle e brutte, nella vita. È partito dall’Africa subsahariana, con speranza e fiducia, armato solo dal desiderio di salvare la sua famiglia dalla povertà. È arrivato in Occidente con una mano tesa, non con un dito puntato. Quella stessa mano con cui ha potuto toccare tutte le avversità legate a una percezione negativa della diversità e che lui ha voluto usare per avvicinare le genti attraverso le espressioni artistico culturali.
Mohamed è attore e drammaturgo teatrale, è formatore ed educatore, è scrittore. Crea ponti con la cultura. Anzi, con l’intercultura. Lo raggiungo al telefono mentre è in viaggio da Roma verso Vicenza, dove sabato 24 novembre ha incontrato tantissimi ragazzi, in occasione della festa giovanissimi, a cui ha raccontato la sua visione di mondo che ha anticipato anche a me.

senegalese

Come sei arrivato in Italia? E com’è avvenuta l’italianizzazione di cui parli raccontando di te?

Non sono arrivato direttamente in Italia. Sono passato per la Francia, quella terra che ci colonizzò e che alla fine rappresenta, in un senso metaforico, la madre patria. L’Africa che ho conosciuto a scuola è stata partorita dalla Francia, ma l’ostetrica si è dimenticata di tagliare il cordone ombelicale. Forse è per questo che una volta arrivato in Europa mi sono sentito un po’, sul piano culturale, a casa. Poi da lì ho conosciuto l’Italia e ho capito che questa è una terra costruita da esteti, ma allo stesso tempo ho intuito che gli italiani vedevano in me il fautore di tutti i mali, in quanto migrante.

A tal proposito, in un video diventato virale hai raccontato la migrazione in un modo intelligente e diverso dal baccano che si sente oggi. Qual è il messaggio che hai inteso passare?

Vivendo in Italia da vent’anni ho la necessità di fare la mia parte, perché il fenomeno migratorio non può essere analizzato partendo solo da discorsi legati alla percezione, ma bisogna guardare la realtà dei fatti. E chi meglio del migrante è in grado di raccontarla? Purtroppo, però, ancora oggi noi migranti, in Italia, non abbiamo diritto alla parola, nessuno ci consulta. Ci sono sempre lo storico, l’etnologo, il sociologo che parlano e testimoniano in nome nostro. Fortunatamente, nell’era digitale è possibile recuperare quello spazio che ci è sempre stato negato per far capire all’immaginario collettivo quello che noi crediamo possa essere un percorso che potrebbe favorire e garantire a chiunque di migrare in modo sicuro, seguendo delle regole prestabilite, in modo tale da non dover più piangere i nostri morti nel Mediterraneo, da far comprendere che bisogna tagliare i finanziamenti a sfruttatori, trafficanti di uomini, intermediari e governi collusi.

Qual è la tua missione nella vita?

Penso dovremmo continuare a sognare un mondo migliore. Mi sono presentato qui con speranza e cerco, anche alla luce delle esperienze brutte che ho avuto in Italia in cui ho rischiato la vita, di continuare a condividere il mio sogno di un mondo di sole nella fratellanza e nell’uguaglianza dei popoli.

Significativa la lettera al tuo aggressore (Mohamed è stato vittima di un attacco razzista a Milano e la sua lettera integrale è consultabile qui). Tu parli di un attentato alla vita con dolcezza. Qual è l’“arma” per un mondo migliore?
La dolcezza, il rispetto, la comprensione. 
Io non penso l’uomo nasca cattivo, ma credo lo diventi. Ci sono una serie di motivi che portano le persone a scegliere di innalzare muri piuttosto che allungare ponti. Io penso che ogni essere umano sulla terra sia un libro che aspetta solo di essere letto e io non vorrei privarmi di quella lettura. Ecco perché anche colui che ha visto in me una minaccia, un freno al suo benessere, tale da pensare che fosse giusto togliermi la vita, lo guardo come quel fratello che ha sbagliato perché non ha aperto la pagina del mio libro per conoscermi. Non voglio condannarlo, lo voglio solo guardare negli occhi, abbracciarlo e ricordargli che siamo tutti nati da una stessa mente divina. Consapevoli di questo, abbracciamoci e camminiamo assieme, anche nelle difficoltà.
 Le avversità ci saranno sempre, la mente umana è così: è capace di portare l’uomo sulla luna, ma anche di inventare la bomba atomica. Io vorrei usare la mente per costruire un’ideale di società equilibrata, perequata, dove l’uomo torni ad essere rimedio dell’uomo.

Africa

Non muri, ma ponti. Quali materiali servono per costruire questi ponti?
La sfida della contemporaneità è semplicemente culturale. L’egocentrismo è sempre stato alla base di tutte le nefandezze che abbiamo dovuto subire nella nostra storia. L’evoluzione, per me, sta nel ritornare ad essere umani. Dobbiamo imparare a vedere di nuovo il bello che c’è nell’altro, favorire l’economia della conoscenza. Non dobbiamo più basare il nostro contesto sociale sul potere d’acquisto, ma indirizzarci sul benessere comunitario compatibile con un consumo economicamente, ecologicamente e umanamente sostenibile. Dobbiamo ritornare a essere una comunità. E quando si dice comunità l’uomo è sempre al centro.

So che andrai a fare un servizio in Sicilia con i migranti in arrivo. Di cosa si tratta?

Voglio far capire loro che dove arrivano non è una terra su cui basta chinarsi per raccogliere monete d’oro, ma ci sono delle sfide, alcune delle quali culturali, da affrontare. Non basta essere forti fisicamente per ritagliarsi lo spazio in un Paese diverso dal proprio. Cercherò di spiegare loro che sono i protagonisti dei cambiamenti della loro esistenza. 
Noi in Africa non abbiamo bisogno di sviluppo, ma di progredire consolidando il settore sociale: dobbiamo imparare la gestione del lavoro, dei tempi, degli investimenti,… e quello lo possiamo apprendere solo qui.



Approfitto di quanto mi dici per rivolgerti una domanda che arriva da una studentessa di Governance dell’Emergenza. “Il bianco” è propositivo nel volontariato, nelle missioni…, ma spesso l’africano ha un atteggiamento passivo e non partecipa al cambiamento. Come si può riuscire a scardinare questo approccio bilaterale? Come si può instaurare un dialogo su pari livello e di scambio reciproco, e non un neocolonialismo da 21esimo secolo?

So che è un limite, il nostro, ma ricordiamoci anche che 300 anni di colonizzazione, di schiavismo, sono difficili da superare. La sfida è solo culturale e vale sia per l’Occidente che per il Sud del mondo. Dobbiamo imparare a camminare con le nostre gambe, ma abbiamo bisogno di ristrutturare il continente africano, perché le frontiere ereditate dal colonialismo hanno creato un disastro. Mentre in Europa i popoli sono diventati Nazioni, in Africa sono diventati aggregazioni di etnie molto diverse tra loro. Ci vorrà del tempo per arrivare a essere anche noi Nazioni.
Dall’altra parte c’è da dire che spesso sono gli stessi turisti che arrivano in Africa e ostentano monete da distribuire come fossero caramelle. Questo non fa altro che nutrire l’idea che la gioventù africana ha dell’occidentale: quella di un uomo che arriva pieno di soldi. Noi africani dobbiamo imparare non a tendere la mano all’occidentale per raccogliere la sua carità, ma stringergliela e raccontargli chi siamo, permettendogli di tornare a casa e restituire ai suoi cari l’esperienza virtuosa vissuta nel nostro continente.

Senegal

So che sei conoscitore esperto della Divina Commedia, tanto da poter citare terzine a memoria. La letteratura salverà il mondo?

Vivo in Italia da vent’anni e sento inevitabilmente sulle spalle quella gravosa responsabilità di dover rappresentare la nuova cultura con cui sono venuto a contatto, senza mai dimenticare il luogo che mi ha generato, l’Africa profonda. E Dante Alighieri è un monumento per quanto riguarda la poetica, ma anche la filologia italiana, perché ci apre un mondo con i suoi versi e ci ricorda chi siamo davvero. 
(recita a memoria:) 
“Voi, fratelli miei, che attraverso centomila difficoltà siete arrivati al crepuscolo di vita presso l’Occidente; non negate ai nostri sensi quello che rimane da vedere, dietro al sole, nel mondo disabitato; considerate la vostra origine: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” (Inferno, canto XXVI).

Facciamo un brainstorming:

– se io dico intercultura, tu mi dici: umanità;
– se io dico immigrazione, tu mi dici: speranza.;
– se io dico Africa, tu mi dici: culla;

- se io dico razzismo, tu mi dici: indifferenza;
– se io dico rispetto, tu mi dici: arca;
– se io dico politica italiana, tu mi dici: (…).

Mohamed Ba nei social
https://www.facebook.com/senegaliano/

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