Francesca Tosi

Tosi Francesca

Una laurea in Architettura, professore ordinario di Design dell’Università di Firenze, direttrice del laboratorio di Ergonomia e Design della stessa Università. 8 anni alla guida della SIE, Società Italiana di Ergonomia e Fattori Umani. Ora presidente della CUID, Conferenza Universitaria Italiana del Design.

Questo è, in breve, il CV di Francesca Tosi, che a fine ottobre è stata invitata a parlare di “Home care: il design per la popolazione che cambia” nella rassegna “Vivere sani, Vivere bene” organizzata dalla Fondazione Zoè di Vicenza.

Francesca, da dove è partito tutto?
Ho iniziato lavorando nel campo dell’innovazione tecnologica per l’abitare e, parallelamente, della progettazione di spazi residenziali e degli arredi per la terza età e per la disabilità in senso lato, ossia delle soluzioni progettuali in grado di facilitare l’esistenza a persone con diverso grado di difficoltà. Sono diventata ricercatore al Politecnico di Milano, dove ho iniziato a occuparmi di ergonomia. Una rivelazione.

Perché?
L’ergonomia introduce in tutti i campi in cui gli ergonomi lavorano – e gli ergonomi possono essere medici del lavoro, psicologi, antropologi, sociologi, designer e architetti – il principio per cui si progetta al fine di rispondere ai bisogni delle persone.
Io lavoro proprio in questo settore, quello del “Design per le persone”, o meglio, dello “Human-Centered Design/User Experience”. L’ambito di studio si focalizza sul risultato dell’interazione complessa tra le persone e i sistemi con cui entrano in rapporto, ossia l’insieme degli effetti visivo, acustico, emozionale, del coinvolgimento esperienziale che può dare alle persone l’uso, o anche il semplice rapporto, con un prodotto o un sistema. In poche parole, la qualità globale dell’interazione tra persone e i prodotti con cui entrano in rapporto.

A quali bisogni rispondete? E come li avete intercettati?
Lo Human-Centered Design/User Experience è il design incentrato sulle persone. Si basa su una filosofia di approccio ai problemi basata certamente sull’obiettivo di rispondere a questi, ma anzitutto su metodi strutturati che consentano di raccogliere, e di comprendere, i bisogni delle persone e, possibilmente, le loro aspettative e i loro desideri. I metodi sono numerosi (più di un centinaio): interviste, questionari, osservazioni dirette sul campo, racconti delle persone durante l’uso di un prodotto… Questi elencati sono metodi che richiedono il coinvolgimento delle persone, campionate come utenti di riferimento. Altri metodi sono le valutazioni esperte, altri ancora sono le analisi dei compiti (task Analysis) effettuate da ricercatori. Infine, un altro metodo è la costruzione degli scenari: si racconta, per immagini, l’interazione tra persone e prodotti.
Da quando sono a Firenze tutto ciò avviene nel laboratorio di Ergonomia e Design, in particolare nel campo del design per la sanità, per l’assistenza (anziani, persone con disabilità o disagi fisici, sensoriali o cognitivi, e persone con difficoltà di apprendimento), per il benessere e per lo sport, oltre naturalmente nel campo del design di prodotto e del design di interni.

I cambiamenti sociali in atto e l’invecchiamento della popolazione rendono urgente un ripensamento generale degli spazi abitativi, dei prodotti e dei servizi nell’Home Care al fine di migliorarne la sicurezza, la semplicità d’uso e la comprensibilità, perché possano dare risposte sempre più adeguate ai bisogni degli individui che vivono in una situazione di fragilità. Da questi fronti, quali novità ci sono?
Sicurezza, semplicità d’uso e comprensibilità sono aspetti collegati tra loro. Non esiste sicurezza senza semplicità d’uso e comprensibilità.

Oggi c’è molta più consapevolezza, sia da parte dei singoli che dall’amministrazione pubblica, sul tema “fragilità delle persone”

Si chiede di vivere meglio e, di conseguenza, si desiderano ambienti, prodotti e assistenza pensati per svolgere normali attività di vita quotidiana, anche da parte delle persone più in là con l’età o con differenti gradi di difficoltà. Tutto ciò che viene prodotto e progettato in tal senso ha l’obiettivo di salvaguardare i livelli di autonomia delle persone e di aumentare le condizioni di benessere e le possibilità di relazione. Obiettivi del design, e dell’ergonomia & design, sono sia migliorare le condizioni di vita delle persone, sia l’efficienza del sistema assistenziale che chiede, a sua volta, che le persone siano autonome il più a lungo possibile.

Possiamo, allora, dire che oggi c’è consapevolezza sulla necessità di ripensare a un design a misura del sociale?
C’è finalmente interesse su questo ambito, soprattutto da parte dei giovani. E finalmente c’è anche attenzione all’estetica di questi prodotti.

La sfida è riuscire a fare prodotti di design che facilitino la vita, rendano abili, e siano bei prodotti di design.

Il “fenomeno” dell’ergonomia, e in particolare il successo dell’approccio human-centered, sono diventati evidenti negli ultimi anni. Assieme alla loro evidenza, c’è stato anche un aumento di interesse da parte delle aziende – in particolare di arredo e di prodotti d’uso – che cercano di trovare soluzioni che vadano incontro ai bisogni di mercato della terza età, perché è un mercato che compra e ha esigenze particolari. Oggi, per esempio, una persona non più giovane che compra una cucina fa molta attenzione a soluzioni pensate per risolvere problemi di movimento, sollevamento e spostamento di pesi che potrebbero tornare utili, se non subito, sicuramente dopo qualche anno.

Su cosa sta lavorando ora?
Stiamo sviluppando un progetto, finanziato dalla Regione Toscana, con le cooperative di assistenza agli anziani. Stiamo progettando dei wearable device, ossia dei dispositivi indossabili, in grado di rilevare la posizione della persona, segnalare le cadute, raccogliere dati sui parametri vitali, segnalare le anomalie e far intervenire il prima possibile il personale specializzato. Anelli, bracciali, che possono essere utilizzati sia nelle strutture di assistenza che a domicilio, al fine di garantire un monitoraggio continuo alla persona e, al contempo, non stigmatizzarla con un oggetto ortopedico, ma esteticamente accattivante.

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